La lunga estate

Non ti è lecito
camminare scalza e irridente tra gli alberi,
celata a stento di taffetà impalpabile
e prenderti gioco del sentore tremulo
della lunga estate
rastrellando a sangue il mio cuore.


Raccontami una storia,
e non scordare di lasciarla appesa sul confine vacuo
che i colori dell’arcobaleno fingono tra di loro.
Quando l’aria s’intride di polvere
acidula e greve
allora ed in quel punto racconta,
e non far caso al mio respiro intasato di fatica,
e spazia sull’arco del sole,
come se tra Cracovia e Barcellona
non vi sia dilazione di tempo.
Raccontami una storia
e poi stenditi accanto a me una volta ancora,
la prima o l’ultima,
lo ignoriamo
e non ha rilievo nella trasparenza dell’arcobaleno.


Le ore, sgocciolate nel silenzio,
come se fra Kant ed Einstein
mancasse spazio da colmare,
è ora di cena e non si racconta.
Non dirai di me quel che io narro di lui,
ne ho quasi la certezza,
e l’impotenza diventa preghiera e
dilazione di tempo, limoni raccolti a fatica aspra.
Ferro bruciato che sprigiona odore immondo,
ogni giorno così.
Mutare me stesso per accoglierti,
rinunciando a comprendere la fine della strada.
Cento volte uno fa cento,
ma il fiore del deserto non ride,
m’insegna la pazienza dell’ignoto.
L’airone vola via, senza un suono,
o forse il suo grido è unicamente per l’orecchio di chi ama.

Ti seguo senza toccare il tuo cristallo

___________________

Ma non mi appare poi così importante,
tu calca coi sandali aperti tutti i sentieri
che la fantasia ti impone, e recitami
il fluttuare dei fantasmi mentre ne rimani in contemplazione.
Non mi farà male, questo dolore,
lo attendo e agogno, ne spero
risposta e tracce
da lasciare a chi dopo di me
azzarderà la temerarietà
di sedurti, essendone sedotto.


Quando l’ombra s’appoggia accanto a te,
statisticamente non è concetto reale
ma rifiutarne il dialogo vale solo
a prolungare l’agonia.
Strappi e distacchi, ti narra,
e non mente neppure, credimi.
Tu l’accarezzi e svolti curve,
e persone si frangono a valle.
T’attendono, dopo il dialogo dell’ombra.


Era ieri mattina, o meriggio appena accennato e tenue,
e già settembre si sfogliava tra le dita
e indicava scuola, non si appalesa più.
Un luogo dove respirare l’anima,
shakerata al vento brezzoso e irridente
(ma non arrogante)
di tarde fioriture, campi e cuore in sincrono.
Qui agosto passeggia senza traccia al seguito,
in sostanza un giorno vale l’altro
aspettando Godot o l’Atlantide, scegli tu,
ma è comunque ipocrita illusione
di prosecuzione.
Progetti di domani, a vent’anni col cuore aperto e timorosamente lieto,
al mezzo secolo frantumati in briciole e schegge.
L’aria è tiepida, non lascia traccia
né rimpianto, fino a stasera.


Eppure cammino, a modo di danza ben ritmata
tra sassi e verticalità, un sentiero familiarmente estraneo
in fila indiana spezzettata,
il cielo ride rabbuffato sopra di noi
e laghi s’inventano più grandi del vero,
versi d’uomini e animali in pace.
Le gambe si spezzano nello stesso modo
in discesa torpida sul viale lungo
ed in leggera salita, ricordi?
Ne respiriamo il sentore assieme, un tempo no,
forse ciascuno sulla sua sponda non sapendoci
ed il grande dono attendeva.
Pagato con l’angoscia d’esser soli.
L’arco del cielo sorride, ciascuno la propria strada intersecata,
fino al piano lungorivo.


Il tempo ed il ritmo
di apprendere se stessi viene meglio
camminando a sera in cresta alle colline,
mano nella mano.
Piccolo ed enormemente
incommensurabile
si uniscono e fondono
nel sole al tramonto lungo la skyline di N.Y.,
varia poco dietro sprazzi di arcobaleno,
le ombre delle ali siluettano al medesimo respiro.
Sorride la foto, quaranta inverni e
reincontrarsi
entrambe giovani.
Rido anch’io, della mia ignorante
prosopopea, l’anima mi àncora a terra, per ora.


La menta sboccia sotto le more,
null’altro da segnalare sul sentiero del lupo.
Manca la luna stasera,
forse occultata o contumace fra i nostri sogni spersi
e le chiacchiere delle lucciole dopo l’acquazzone.
Si mostrasse, ti stringerei ancor più dentro la mano,
e guarderei, sorpreso e lieto,
il suo raggio cavalcato dalla parabola
artisticamente ruvida
di una palla uscita di mano dal passato
e assisa al futuro.


Il lecito scompare tra le scie
di quel che ignoriamo.
I passi si smorzano, oltre la mediana della notte,
la risposta è avvolta con le tue braccia.

(Dappertutto tra Langhe e Sudtirolo nella lunga estate 2016)